CORRIERE MERCANTILE  giovedì 28 aprile 1994

Il primatista di presenze in blucerchiato premiato dal Club Carige

E Bernasconi lo incorona

Il prossimo settembre Roberto gli strapperà il record, superando quota 338

II campione di un tempo oggi si dedica a fare la balia. Alice, di 6 anni, e Camilla, di 2, riempiono le giornate sue e della vivacissima moglie Anna. A Monte San Pietro, Gaudenzio Bernasconi, 62 anni il pros­simo agosto, non vive di ricordi , ma si tuffa volentieri, per una serata, nel mare della no­stalgia. Il prossimo settembre, Roberto Mancini - dopo aver detronizzato Bassetto dal ti­tolo di goleador sommo della Samp di ogni tempo - gli strapperà lo scettro di sampdoriano più fedele di sempre: il popolare "Orsacchiotto" («Un vez­zeggiativo che mi hanno appiccicato i tifosi della Samp, forse per la mia non comune ri­servatezza», racconta) ha gio­cato a Genova dal '54 al '65, collezionando 338 presenze.
Gaudenzio, una bandiera della Samp dei pionieri
Una bandiera, insomma, di sicuro uno dei calciatori più apprezzati nei 35 anni di vita che hanno preceduto il "boom" mantovaniano. Gaudenzio, pelato come un tempo ma più aperto e cordiale, è a Genova, dove ieri è stato pre­miato - come alfiere del glorioso passato blucerchiato dal Sampdoria Club Carige (il presidente della Fondazione, Fausto Cuocolo, assente, era rappresentato per l'occasione dal presidente del club Angelo Pasquero e dal presidente onorario Fulvio Borchi) alla presenza di Enrico Mantovani, Sven Goran Eriksson, Roberto Mancini e di un personaggio meno conosciuto, ma assai si­gnificativo: padre Fusi, parente alla lontana 


La cerimonia di premiazione avvenuta ieri nella sede del Samp Club Carige: si riconoscono Gau­denzio Bernasconi, padre Fusi e il presidente Enrico Mantovani

dell'ex cen­trocampista sampdoriano e da 46 anni al servizio dei giovani sordomuti, che lui sa curare, istruire ed avviare anche allo stadio, come spettatori. A lui Bernasconi ha consegnato i 4 milioni del riconoscimento, meritandosi un altro elogio da Mantovani jr. ben felice (oltreché orgoglioso) che certe iniziative benefiche continuino a legarsi ai colori blucerchiati.
Bernasconi ha accettato di passare idealmente il testi­mone a Mancio e non pare triste per l'imminente perdita del primato. «Lo sarei se mi superasse un giocatore me-diocre, ma Mancini è un cam­pione autentico. Niente da dire». Lui resta blucerchiato sino al midollo, anche se nel suo cuore trova un angoletto pure l'Atalanta, la formazione della sua Bergamo. A Genova ha lasciato un fratello e una so­rella ed una casa ad Albaro, che ha deciso di affittare. La Superba, insomma, gli evoca ricordi freschi, che si aggan­ciano pure alio sport: «Ogni tanto vado a Marassi per tifare Samp, ma non ho mai parteci­pato ad alcuna trasferta eu­ropea».

Quel celebre maggio a Budapest
e in Russia

L'Europa, già. Gaudenzio fruga nel sacco dei ricordi e rammenta il viaggio a Buda pest in occasione del retour match di Coppa delle Fiere contro il Ferencvaros. «Quello era un campo da pattinaggio su ghiaccio e noi non avevamo i tacchetti adatti. Ne pren­demmo sei. Ricordo anche la tournée in Russia: dall'Italia avevamo portato molte paia di calze per barattarle con pro­dotti locali, ma non trovammo assolutamente nulla da acqui­stare».
Altri tempi, ma Bernasconi non rimpiange di essere nato in anticipo. «Sono contentis­simo di quanto ottenuto dal football, non mi lamento assolu­tamente. Certo, quel calcio era molto differente: si giocava con molta tecnica, ma senza eccessivi tatticismi. Solo con Lerici abbiamo studiato schemi a tavolino, ma non con Monzeglio e gli altri». Anche lui ha indossato la maglia az­zurra («Non era semplice inse­rirsi nella politica dei blocchi degli squadroni» - precisa), e per molti è sgorgato spon­taneo un paragone con Vierchowod. Lui lo respinge: «In­nanzitutto, complimenti a Pietro: a 34 anni suonati, è straordinaria la sua fre­schezza atletica. Entrambi gio­cavamo d'anticipo e forse lui è un po' più cattivo di me, che venivo accusato di essere troppo buono. Vero, non ho, mai fatto male a nessun avversario, e ne sono fiero. Tornando al raf­fronto, noto che lui ogni tanto la butta anche dentro, mentre io non ho mai segnato un gol. A quei tempi non si superava mai la metà campo, badando esclusivamente a rompere il gioco altrui. Solo una volta, a Vicenza, fui impiegato da Monzeglio come centravanti, ma prima ancora di toccare un pallone eravamo già sotto di due reti...».
Una cascata di rimem­branze. Per esempio, quel duello torinese con John Charles ripreso dalla tv. «Che rabbia. Controllai magnifica­mente il gallese senza com­mettere un fallo, ma lui, mentre stava cadendo a terra, in torsione, mi buggerò. È stato il più grande di quel tempo al pari di Nordhal, che aveva il mio stesso passo: velocissimo sul breve ed anche robusto».

Quanta armonia
in quella squadra!
Dagli antagonisti ai com­pagni. «In quella Samp mai un bisticcio, una discussione in campo. Molti dei vecchi compagni oggi non ci sono più, ma che bravi. Rammento Ocwirk, quello Skoglund che appena giunto dall'lnter, promise che non avrebbe più bevuto. A Caldirola, invece, si scolò parec­chio vino e fu pizzicato a cam­minare sul tetto. Eppoi Bergamaschi, che chiamavamo Spanna in onore al padre, che lavorava in un caseificio di Crema: non l'ho più incontrato. Invece ogni tanto mi vedo a cena con Vicini, che abita a Brescia e i cui figli erano amici dei miei. Azeglio fu sopranno­minato Zanzara perché era molto buono, ma ogni tanto pungeva pesantemente».
Gaudenzio, un fiume in piena. «Una bella Samp, la no­stra, specie con Ravano presi­dente, lo feci in tempo ad evi­tare anche la prima retroces-sione. Certo, oggi è tutto di­verso: un Samp-Triestina tren-t'anni fa attirava a Marassi 7/8 mila spettatori, e Genoa-Triestina ne calamitava più di 20 mila. Era una società giovane, la nostra, ma già emergente»

PIERLUIGI GAMBINO